
Il numero 39 (anno 69) del settimanale l’ESPRESSO, in copertina titola SEX AND THE SPOT.
Il titolo rimanda a un servizio esclusivo, firmato dalla giornalista Rita Rapisardi, che racconta il lato nascosto delle agenzie di pubblicità.
Qui potete leggere l’intero articolo sul sito de L’Espresso.
L’articolo, a pagina 20, titola
SESSISMO, IL LATO OSCURO DEI CREATIVI.
Il sommario:
Battute, foto, ammiccamenti e avance. I racconti di ex dipendenti e le chat delle maggiori agenzie rivelano che il clima di prevaricazione non è affatto un ricordo. Il Me Too della réclame si allarga.
Chi, come me, ha fatto della creatività e della pubblicità il suo mestiere (ma anche uno stile di vita) dovrebbe forse sorprendersi nel leggere questo articolo. Invece, e purtroppo, non è così.
Alcuni elementi di questa storia erano già emersa nei vari gruppi Facebook dove infuriava la guerra tra Massimo Guastini (pubblicitario, ex presidente dell’Art Directors Club Italiano) che accusa Pasquale Diaferia (anche lui pubblicitario) di avere molestato numerose donne a partire da quelle più vicine a lui in famiglia.
Storia, questa, ampiamente ripresa anche dai media nazionali (qui un’intervista a Massimo Guastini per il Giorno).
Emergono storie squallide di uomini che, investiti di un qualche potere, lo utilizzano per molestare, umiliare e prevaricare. Questi personaggi dotati di uno sfrenato egocentrismo si sentono invincibili e quindi autorizzati a compiere qualsiasi nefandezza certi di averne, oltre che il diritto, anche il provilegio.
Dall’inchiesta però emergono altri fatti, storie che riguardano colossi come M&C Saatchi Milano o aziende rampanti come We are social.
Emergono dei fatti aberranti. Luoghi di lavoro che si trasformano in luoghi di molestia, di prevaricazione, di mobbing. Luoghi dove se una donna è bella e disponibile forse avrà delle opportunità, altrimenti non trova spazio. In questo senso le affermazioni tratte dall’articolo “solo se sei bella ti portano in riunione” oppure “per essere ascoltati bisognava fare le ochette e mettersi sempre in tiro” sono evidentemente la prassi di un modus operandi sedimentato nel tempo e soprattutto accettato dalla maggioranza. Se Silvio Meazza, cofondatore di M&C Saatchi si spinge a dire “per quanto mi riguarda ho da espiare 25 anni senza avere mai detto a un collega: adesso basta” è facile intuire per quanto tempo questi comportamenti sono stati portati avanti nelle agenzie di pubblicità più prestigiose.
Essere costretti a difendersi tutti i giorni dalla molestie, dalle battute a fondo sessuale, dalle allusioni, sfuggire alle chat dei colleghi, alle vessazioni psicologiche e anche alle percosse. Questo era l’inferno di ogni giorno per tante donne che sognavano di entrare a far parte di un mondo che visto da fuori appariva dorato e ricco di opportunità. Quando l’opportunità deve passare per la camera da letto del tuo capo la vita semplicemente diventa impossibile. Non hai scampo, perdi in ogni caso: se accetti perdi la dignità se rifiuti perdi il lavoro.
Dall’inchiesta emerge che in queste agenzie pubblicitarie gli uomini danno sfogo a una bestialità di cui vanno fieri. Le vittime, manco a dirlo, le donne, gli omosessuali e i pochi che trovano il coraggio di reagire.
Ma, come spiega bene l’articolo, se reagisci sei fuori. E far parte di una grande agenzia pubblicitaria, ieri come oggi, rappresenta un traguardo a cui molti ambiscono. E per questo subiscono, fanno finta di non vedere oppure, da pecore quali sono, si uniscono al branco e interpretano anch’essi la parte del lupo.
Naturalmente tutti sapevano, e sanno. Perché di certo quello che sta emergendo grazie all’inchiesta di Rita Rapisardi è solo l’inizio e vedremo se ci porterà in un mondo dove anche il cliente deve avere precise responsabilità verso a chi affida al propria comunicazione.
Non si può investire sulla sostenibilità, sul welfare aziendale, sull’integrazione se poi si affida la propria comunicazione ad agenzie pubblicitarie in cui le dinamiche interne sono da inchiesta giudiziaria.
Ad esempio, la campagna di M&C Saatchi (agenzia oggetto dell’inchiesta) realizzata per OVS è proposta con lo slogan LOVE PEOPLE. NOT LABELS.
Il visual è rappresentato da tre belle ragazze camminano con orgoglio e dignità per le vie di una metropoli. Una tipologia di donna che, se fosse confermato quanto emerso dall’inchiesta, probabilmente non troverebbe mai spazio in una delle agenzie oggetto dell’indagine o in quelle dove questi atteggiamenti sessisti sono sia praticati che incoraggiati.

Serve un cambio di metodo, anche nella scelta. Perché se è vero che le grandi agenzie di pubblicità dovrebbero garantire l’alta qualità creativa è altrettanto vero che questa qualità ormai si vede raramente.
Basta guardare un qualsiasi programma televisivo per accorgersi che il livello è sempre più basso, gli spot tendono ad assomigliarsi tutti e la mancanza di creatività è mascherata dalla presenza del testimonial, dall’effetto speciale fine a se stesso o da un trattamento garantito da budget astronomici.
Il mega flop della campagna Open to Meraviglia di Armando Testa, la triste vicenda dello spot Amigos che racconta le gesta di un gruppo di spocchiosi radical chic in visita al povero Renatino, lo schiavo al soldo di Parmigiano Reggiano. La campagna, ideata da Paolo Genovese (il regista) e Casiraghigreco& (l’agenzia di pubblicità), ha suscitato solo polemiche e i soliti tentativi di gettare acqua sul fuoco al motto di: non ci avete capito.
Che sia arrivato il momento di dare il giusto riconoscimento alle agenzie dove i valori, il benessere e il rispetto non siano solo parole vuote da esibire su una pagina web? Che valore avrebbe il testo tratto dal sito We Are Social se le accuse emerse dall’inchiesta fossero confermate?

Da noi (SEDPLUS) quei valori non solo sono imprescindibili ma addirittura inossidabili. Abbiamo costruito un luogo dove le persone hanno piacere a passare il loro tempo lavorativo (non il tempo libero, il mondo è talmente bello la fuori che bisogna viverlo il più possibile). Un luogo senza calcio balilla e ping pong, dove non esiste sessismo e prevaricazione. Dove non si lavora il sabato o la domenica e attenzione neppure di notte. Non ci interessa il trend del “più fai tardi più sei impegnato e più sei impegnato più sei figo”.
Da noi si parla per essere compresi, senza termini tratti dal manuale del marketing. Parole che impressionano solo chi le pronuncia ma che, nella migliore delle ipotesi, lasciano del tutto indifferenti chi le ascolta.
Cari uffici marketing delle grandi aziende, dateci la possibilità di farvi conoscere la nostra creatività e le nostre buone pratiche aziendali.
Con il vostro impegno, e con un grande risparmio economico, potrete diventare gli ambasciatori di un nuovo mondo dove la gentilezza e la regola e non l’eccezione.
Le piccole agenzie sono abituate a fare grandi cose con piccoli budget. Troppo spesso, invece, vediamo grandi agenzie fare piccole cose con i vostri grandi budget. Soprattutto se non vi chiamate FIAT, NESPRESSO, BARILLA o altri colossi di questo tipo.
Nella migliore delle ipotesi, dietro un piccolo lavoro di una grande agenzia per un piccolo cliente c’è sempre un art director che rosica perché il cliente migliore è stato affidato a un altro art director.
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1 Commento.
Trovo questo articolo eccezionale, e ne condivido pienamente la tesi. Da tempo ho scelto di avvalermi di a fornitori di piccole dimensioni dove la catena decisionale è corta ed efficiente, i tempi di risposta rapidi e la professionalità è tangibile e non millantata. Voi siete un esempio.