
Tutti noi, che ci piaccia o no, viviamo nell’era dei social network, non sappiamo quanto potranno durare e quanto saranno pervasivi anche negli anni a venire.
Quello che certamente sappiamo è che oggi, chi riesce a posizionare la propria immagine attraverso i social diventa un autentico punto di riferimento per la sua base di follower. Rispetto a quanto avveniva prima dell’epoca dei social, il modello vincente non è rappresentato da chi ha un ruolo ben preciso nella società (calciatore, attore, imprenditore…) ma da colui che ha il maggior numero di like.
Per troppe persone trasmettere la propria immagine vincente attraverso i social è più importante che possedere qualità o competenze.
Ovviamente sembrare una persona di successo è più facile che esserlo realmente. Si ottiene lo stesso risultato, la notorietà, senza doversi sobbarcare l’onere della competenza.
In questa visione egocentrica, la propria esistenza diventa realmente gratificante quando è riconosciuta, accettata e condivisa da più persone possibili.
Non importa se queste persone siano realmente interessate a noi, quello che conta è che questo interesse sia garantito da un aumento di like e di follower.
Si aspira a diventare pura immagine, il sé stesso idealizzato e deprivato di contenuti di valore che viene condiviso.
Non conta:
- Saper fare ma far credere di saper fare.
- Essere in un determinato luogo ma far credere di esserci.
- Avere determinati amici ma far credere di averli.
In mancanza di contro prova, il tag, la geolocalizzazione, l’hashtag diventano armi di persuasione di massa.
Il posizionamento.
Nel posizionare la propria immagine attraverso i social, l’influencer, vero o presunto, propone come reale una narrazione fantastica della propria vita.
I luoghi comuni e i pregiudizi diventano le ancore a cui aggrapparsi per poter mantenere vivo l’interesse altrui alla spasmodica ricerca dell’eccesso quotidiano e dell’iperbole narrativa.
Una vita normale anche se interessante non basta più, deve essere eccessiva, creativa, utopica o distopica a seconda del proprio temperamento o attitudine.
Anche le cose più normali devono diventare speciali.
Come avviene, ad esempio, nei profili delle mamme “multitasking” che senza una particolare ragione logica condividono la vita della loro famiglia. Una quotidianità artefatta dove:
- Il calore della casa è sostituito dal colore delle cose.
- L’amore per gli altri è sostituito dall’amore per sé stessi.
- Per elevarsi è necessario affossare gli altri.
In quest’ottica la famiglia si trasforma in una compagnia teatrale che recita a soggetto. Non c’è un rapporto di parità di ruoli, c’è il Capocomico e il mestierante.
Sono narrazioni dove tutto ciò che non rappresenta il successo, o la visione che la base di follower percepisce come di successo, viene bandita, nascosta, disconfermata.
La forza dei like.
Grazie a l’idea diffusa e amplificata dai social che per essere “influenti” basti la sola immagine è passato il messaggio che formarsi attraverso lo studio e il lavoro sia fondamentalmente inutile o poco importante; o comunque non rilevante.
A cosa serve un titolo di studio se per avere 100.000 like, e relativi introiti pubblicitari, bastano un culo sodo, gli addominali scolpiti o l’ultimo modello di borsa Prada?
Ecco quindi che centinaia di migliaia di ragazze e di ragazzi si mostrano sulle piattaforme social imitando pose, atteggiamenti e stili di persone di successo.
Un’autentica orgia per posizionare la propria immagine attraverso i social e dove apparentemente vince chi arriva prima o chi si espone di più. Purtroppo però ci si accorge fin da subito che le cose non stanno così e che per emergere servono competenze. Ed ecco allora che si arriva al punto di umiliarsi pur di ricevere qualche consenso, uno dei pochi casi dove il detto “l’importante che se ne parli” assume un reale valore.
Realtà apparente!
Il concetto del tutto e subito, possibilmente senza sforzo e senza particolari abilità, rappresenta il mantra di questo tipo di approccio alla realtà in cui tutti perdono proprio perché ignorano che dietro al successo di una persona c’è il fallimento di migliaia di altri del tutto simili a loro.
Il fatto che i loro modelli di riferimento possano aver pianificato il loro successo partendo dalla strategia, dallo studio e dal lavoro è meno rilevante del fatto che queste persone possano averli raggiunti in maniera virale grazie alla loro immagine vincente.
E se l’ultimo post, fatto con la stessa posa sexy dell’influencer non ha avuto like di chi è la colpa? Non delle capacità ovviamente, ma dell’aspetto, dal problema di non essere “perfetti” secondo i canoni estetici che questa società ci impone.
Dal voler credere di poter essere persone migliori solo grazie ad un aspetto migliore.
Ed ecco il rincorrersi di interventi estetici sempre più invasivi alla ricerca di una perfezione immaginata che non sarà mai raggiunta perché ovviamente non esiste.
In questa folle corsa per posizionare la propria immagine attraverso i social e quindi per percorrere la strada verso la celebrità la propria identità reale viene messa in discussione in favore di quella digitale. Dove non arriva il chirurgo estetico (e le disponibilità economiche) arrivano i programmi di fotoritocco.
Follia collettiva?
Parlando con chi si occupa di casting fotografici emerge chiaramente che sono ormai moltissimi i ragazzi convinti di “essere” realmente come appaiono nelle immagini modificate dalle app di fotoritocco e condivise nelle loro pagine social. Si arriva a disconfermare l’immagine reale e accettare come reale l’immagine digitale. E pretendono che tutti si adeguino nel recitare questo copione.
È come se un attore creda davvero di essere Amleto e si comporti come tale anche fuori dal teatro. Non attori che recitano un ruolo ma un ruolo che recita una attore. Qualcosa che neanche Stanislavsky avrebbe mai potuto concepire mettendo a punto il suo famoso metodo di recitazione.
Se mai ti sei chiesto se questo approccio ai social è Personal Branding, la risposta può essere una sola: no!
Il personal branding deve mettere in luce la tua versione migliore. Non una tua versione dopata dalla menzogna ma una tua versione possibile e credibile. Con obiettivi chiari e definiti che non devono essere vincolati a numeri (come like e follower) ma da azioni finalizzate al raggiungimento dei tuoi obiettivi siano essi personali o professionali.
Il personal branding è una disciplina le cui basi sono rappresentate dalle competenze che derivano dallo studio, dal lavoro e dalla determinazione a raggiungere determinati obiettivi.
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